intervista di M. De Biasi a Giorgio Vallortigara

Giorgio Vallortigara è professore di Neuroscienze al Centro Mente Cervello dell’Università di Trento. È coautore, assieme e Telmo Pievani e a Vittorio Girotto del libro “Nati per credere” (Codice, Torino, 2008). Un articolo apparso recentemente sulla rivista “Darwin”, dal titolo “Creduloni si nasce”, che tocca da vicino le tematiche affrontate dal CICAP ci ha suggerito di porgli alcune domande.

Marius De Biasi



MDB: Professor Vallortigara, ci vuole descrivere brevemente il campo delle sue ricerche all’interno del Centro Mente Cervello dell’Università degli Studi di Trento?
GV: Mi occupo di alcuni processi mentali di base, quali la cognizione dello spazio, del numero e della causalità, e delle loro basi nervose nel cervello, conducendo esperimenti sugli animali.

MDB: Quale posto ha la ricerca dei fondamenti evoluzionistici del comportamento umano nel Suo lavoro?
GV: Un posto centrale poiché, assieme ai miei collaboratori, studio per l’appunto i meccanismi cognitivi che gli esseri umani condividono con gli altri organismi biologici. In questo modo noi speriamo anche di comprendere che cosa renda unica la nostra specie, per esempio inferendo attraverso lo studio del cervello delle creature non-linguistiche quale possa essere il ruolo del linguaggio nei processi di pensiero.

MDB: Con Vittorio Girotto e Telmo Pievani Lei ha scritto un libro molto interessante, “Nati per credere” (edito da Codice, Torino, 2008) che ha incuriosito molti iscritti al CICAP. “Credere” vuol dire tante cose. Vuole definire in quale modo è inteso il termine “credere” di cui parla il libro?
GV: A quanto sappiamo dalle ricerche antropologiche e interculturali in tutte le società umane sono presenti credenze di tipo sovrannaturalistico, che comprendono l’idea di una qualche forma di sopravvivenza dopo la morte, l’idea di un creatore e l’esistenza supposta di entità che vìolano, in maniera palese, alcune leggi generali che governano gli oggetti dei mondo fisico, quali ad esempio fantasmi, zombie, spiriti, angeli, demoni… Le forme che tali credenze assumono nelle diverse culture sono incredibilmente variegate, ma tutte le culture umane manifestano credenze nel sovrannaturale. Ciò induce a ritenere che le credenze nel sovrannaturale possano avere delle radici di tipo biologico.

MDB: Noi del CICAP siamo impegnati nel tentativo di offrire una chiave di lettura razionale a fenomeni che altri attribuiscono a cause “paranormali”. Ci può dire come le discipline che Lei studia spiegano la persistenza di convinzioni “strane”, tipo esistenza degli UFO, efficacia di medicine “alternative” esotiche, teorie del complotto ecc.?
GV: I meccanismi in gioco sono numerosi, ma tutti ben conosciuti. Qui mi limiterei a menzionarne due. Il primo è la tendenza degli esseri umani a riconoscere “pattern” significativi anche laddove vi è solo rumore casuale. Vediamo facce nelle nuvole, udiamo voci nei suoni casuali prodotti dai macchinari elettronici, indoviniamo cospirazioni nascoste dietro gli eventi della politica narrati dai giornali… Ovviamente a volte gli eventi sono davvero connessi in maniera causale, ma non sempre. E il problema è che per le creature biologiche i costi associati ad un falso allarme (credere che esista un pattern laddove c’è solo casualità) sono modesti rispetto a quelli associati al non credere che esista un pattern quando invece esso è reale. Credere che il movimento delle foglie nella giungla sia prodotto da un predatore quando in realtà è solo il risultato del vento non è così grave come credere che si tratti solo di foglie mosse dal vento quando in realtà c’è un predatore…Quindi la selezione naturale ha operato favorendo le credenze che certi pattern associativi siano reali invece che casuali. Un secondo aspetto, invece, sembra essere più tipico di noi esseri umani, perché si è sviluppato in relazione alla complessità della vita di relazione che caratterizza la nostra specie: la tendenza a credere che il mondo sia popolato da agenti intenzionali. Ancora una volta è adattativo per creature altamente sociali quali noi siamo ritenere che gli eventi del mondo siano il risultato dell’azione di “qualcuno” piuttosto che di “qualcosa”. Ma, inevitabilmente, questa predisposizione biologica porta con sé il rischio dell’errore e l’inclinazione a credere nel super-naturale (per esempio a credere che agenti intenzionali non visibili governano gli eventi del mondo…).

MDB: Come si spiega che possano convivere nello stesso tempo e nella stessa persona comportamenti perfettamente razionali e altri chiaramente “irrazionali”? Penso ad esempio alla consultazione dell’oroscopo da parte di persone definibili senz’altro come acculturate.
GV: Il fatto è che la selezione naturale non ha foggiato i nostri cervelli perché fossero “razionali”. Quel che conta nella logica dell’evoluzione è che i sistemi nervosi degli organismi consentano loro di sopravvivere nel loro ambiente e di riprodursi. A questo scopo i sistemi nervosi incorporano dei meccanismi, come quelli per la rilevazione delle relazioni di causa-effetto tra gli eventi del mondo, che funzionano bene nella maggior parte delle circostanze, ma che non escludono la possibilità che vengano rilevate come causali congiunzioni che sono puramente accidentali. Quelli che chiamiamo comportamenti irrazionali sono in effetti i prodotti degli stessi identici meccanismi cerebrali che in altre circostanze producono comportamenti che etichettiamo come razionali.

MDB: Vi è stata in questi ultimi due decenni una vera rivoluzione scientifica. Sono sorte nuove scienze, che hanno gettato nuova luce ad esempio sul comportamento umano e del modo stesso come percepiamo la realtà. Quali sono, dal suo punto di osservazione, le più importanti ricadute?
GV: Sottolineerei due aspetti. Primo, la comprensione che si sta pian piano diffondendo che la storia biologica non è irrilevante per la comprensione della natura della mente umana. La società e la cultura – attraverso l’apprendimento - sono importanti nella formazione delle nostre menti, ma possono esercitare la loro azione solo dentro e grazie ai limiti ben specificati della nostra biologia. Secondo, il fatto che solo una porzione piccolissima dei nostri processi mentali è accompagnata da consapevolezza. Nella gran parte dei casi noi semplicemente non sappiamo perché ci comportiamo in un certo modo. Tutto ciò solleva problematiche complesse, che dovremo attentamente considerare nei prossimi anni: il nostro posto nel mondo della natura, la libertà delle nostre decisioni, i limiti intrinseci dei nostri cervelli e l’opportunità di trascenderli con una mistura di tecniche biologiche e informatiche…

MDB: Vi sono anche pericoli? Penso ad esempio ad una pubblicità più aggressiva, più efficace nel manipolare il comportamento basandosi sulla comprensione scientifica dei meccanismi di decisione umani.
GV: In tutti i momenti della storia culturale umana i progressi nelle conoscenze sul funzionamento della mente e del comportamento hanno favorito l’avvio di tecnologie di controllo sociale, più o meno efficaci. L’antidoto ad ogni uso improprio di queste tecnologie viene, secondo me, dalla diffusione delle conoscenze. Quel che si scopre ogni giorno nei laboratori di scienze cognitive e di neuroscienze - che sempre più sarà importante per le vite quotidiane di tutti noi - non deve rimanere appannaggio di una casta di specialisti.

MDB: Il CICAP da anni affronta le affermazioni di chi crede in fenomeni straordinari. Suggerisce (a chi è disposto ad ascoltare e senza stroncature) di sottoporre le credenze al vaglio della ragione. Abbiamo tuttavia verificato che la gente convinta di qualcosa difficilmente cambia opinione, per quanto a-scientifica o strana sia la credenza. L’esempio più eclatante è l’omeopatia, che ad esempio in Germania è supportata dal sistema sanitario pubblico. Cosa intende quando in suoi lavori divulgativi scrive che “creduloni si nasce”?
GV: Penso che esistano predisposizioni biologiche che, pur non essendosi ovviamente evolute per la funzione di renderci creduloni, producono come effetto secondario un’inclinazione a certe forme di credulità. L’esempio dell’ipertrofia del sistema che si è evoluto per la rilevazione degli oggetti animati ne è un esempio. Se sei costruito biologicamente per essere iper-sensibile a ogni traccia di “agentività” nel mondo, perché questo è (o è stato) biologicamente vantaggioso nel corso della storia naturale, sei anche predisposto a interpretare il mondo in termini di agenti causali invisibili, alcuni bonari altri malevoli. Un altro meccanismo biologico fondamentale è l’essenzialismo: l’idea per cui certe categorie di cose (i gruppi razziale, i canguri, i quadri di Matisse…) posseggono una loro natura interna, un’essenza per l’appunto, non osservabile direttamente, che definisce la loro identità e spiega le somiglianze tra membri della stessa categoria. La fiducia nell’omeopatia e il timore degli OGM si nutrono dello stesso fondamento essenzialista, la credenza che esista, al cuore delle cose, una qualche solida essenza centrale…

MDB: Come vede l’attività del CICAP, quali suggerimenti darebbe alla luce delle nuove scoperte relative al “bisogno di credere”?
GV: Suggerirei di considerare come un genuino problema scientifico il fatto che nessun essere umano è immune da forme di pensiero superstizioso e da credulità irrazionali. C’è un aneddoto che mi piace sempre raccontare, relativo a quel collega che entra in aula a Parigi mostrando ai suoi studenti una scatoletta decorata, dall’aspetto esotico, ricordo di un lavoro sul campo condotto su un’oscura popolazione primitiva che vive in qualche posto lontanissimo dall’Europa. Gli indigeni che gli hanno fatto dono dell’oggetto ritengono che coloro i quali non credono e non rispettano gli spiriti che proteggono la tribù vedranno scomparire qualsiasi cosa venga riposta dentro la scatoletta. Gli studenti sorridono condiscendenti apprendendo di una tale ingenua credulità. Allora, a questo punto, lo studioso lascia la cattedra e si avvicina a uno degli studenti, con aria molto seria, e fissandolo negli occhi lo invita a collocare nella scatoletta qualcosa di prezioso, come ad esempio la sua patente. Lo studente ha un attimo di esitazione, mentre i suoi colleghi ridacchiano… Ecco, questo attimo di esitazione, che coglie ciascuno di noi in circostanze similari - quando decidiamo che dopotutto non è una buona idea passare sotto la scala oppure che, sì, sarà magari una cosa stupida, ma una toccatina al passaggio del feretro non guasterebbe…- è quello che dobbiamo spiegare. Non si tratta di distinguere le persone in quelle che sono state illuminate dal pensiero razionale e quelle che invece ancora navigano nelle tenebre. Dobbiamo riconoscere che siamo stati tutti foggiati dentro lo stesso stampo evolutivo e chiederci in quali modi possiamo fronteggiare i problemi che derivano dalle nostre peculiari architetture biologico-cognitive. Perché le predisposizioni sono per l’appunto predisposizioni, non sentenze capitali scolpite nella pietra.

da CICAP TAA