14 gennaio 2017

sul Casale (1630m)

Un disturbo fisico che ha monopolizzato gli ultimi 2 mesi del mio personal year of the kazz (nuova figura mitologica del calendario italo-cinese) non solo mi ha imposto di rinunciare al tè (ohibò) al limone (ohibò) e udite udite, al peperoncino (OHIBÒ) ma mi ha pure sensibilizzata al freddo, tenendomi dunque piuttosto lontana dai monti.
Ma mentre ho scoperto con sorpresa che il bisogno di peperoncino è tutto sommato resistibilissimo, non così è l'esigenza VITALE, fisica e mentale, di camminare sulla terra in mezzo agli alberi, alla larga da asfalto, motori e cemento. Il che mi ha portata a esplorare passaggi e cocuzzoli vicini a casa e molto accessibili, che richiedono poco sforzo ma assicurano tranquille passeggiate; tutta roba che in passato non avevo mai preso in considerazione.
Il Casale (da Comano), lo Stivo, il Costalta (da passo del Redebus), la dorsale della val di Cembra, i sentieri tra Montevaccino e il lago di santa Colomba, e addirittura il Calisio, che avevo sempre guardato dalla città con compassione.
Avendo il dono inspiegabile di provare soddisfazione anche nei momenti più bui, devo dire che tutte queste passeggiate più orizzontali che verticali son state appaganti. Per la serie, datemi alberi in quantità, e lontananza dalla civiltà, che io sto benissimo anche così. È rassicurante, a pensarci bene.

Il Casale lo abbiamo raggiunto parcheggiando l'auto sopra l'abitato di Comano; al primo divieto di accesso c'è un parcheggio in prossimità di una costruzione. Invece di seguire il sentiero che taglia i tornanti della lunga forestale, siamo rimasti su questa, meno ripida e più comoda. Abbastanza noiosa, se non fossimo stati accompagnati da innumerevoli uccelletti che ci svolazzavano sulla testa, forse speranzosi che sganciassimo qualcosa.

 il rifugio don Zio Pisoni, poco sotto il cocuzzolo del Casale

Qui siamo raggiunti da un gruppetto di indigeni in tutina attillata, saliti da Sarche. Il Mistico chiede informazioni sul sentiero che sale da Arco; diffidenti, gli rispondono frettolosi e con vaga supponenza. E niente, per certa gente o sei dei loro o sei fuori.

 Bei panorami:

Carè Alto e tutto il gruppo dell'Adamello


 Brenta


  nebbia e foschia sul Garda


 i laghi Massenza e Toblino


il lago di Cavedine

In cima ci raggiungono due bresciani che han fatto la ferrata Che Guevara da Pietramurata. Ma socializzano soltanto quando capiscono che non siamo del posto, e allora ci raccontano della nebbia che impesta le loro zone, dei loro giri per monti e di quanto son felici di trovarsi quassù.
E poco dopo arrivano altri indigeni, che si guardano bene dal salutare e si tengono a distanza.

La stessa scena, identica, si ripeterà qualche giorno dopo sullo Stivo: indigeni da una parte, crucchi, padani e teròni dall'altra a interrogarsi a vicenda sui nomi delle cime intorno. Un caso? bah. So solo che era da un po' che non bazziccavo esclusivamente sui monti del Trentino (solitamente vaghiamo per l'Alto Adige) e avevo dimenticato certi modi di fare, che in città fortunatamente non sono frequenti.
Bruttissima vita, quella del diffidente a prescindere. Soprattutto in montagna.

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