1 settembre 2016

alla bettola della pantegana nera

PREMESSA
Chi mi conosce almeno un po' sa quanto sia scarsa la mia attenzione ai riguardi ossequiosi; pretendo solo onestà e un minimo di decenza.
In pochi invece sanno che le scortesie gratuite e le furbastrerie me le segno sul libro nero, e codice barbaricino alla mano, sputtanerò il malcapitato urbi et orbi vita natural durante, finché alzheimer non mi coglie.

Per cui se vado a mangiare in un posto e poi me ne lamento è perché l'hanno fatta grossa, fetente e molto fuori.
[sottolineo che io non sono tipo che scalpita per andare nei ristoranti; se non mi ci porta il Mistico a me non passa manco per la porta di servizio dell'anticamera del cervello. Son capace di cucinare e mi piace pure farlo]

PROSIEGUO
Dopo una passeggiata mattutina sui monti che circondano quella che vien chiamata valle incantata, abitata dai discendenti ripuliti (si spera) dei peggiori felloni crucchi, il Mistico decide di portarmi a mangiare in un noto ristorante che si avvale del nome di un nobile rapace. Col pennuto i proprietari o gestori che siano, condividono sicuramente la rapacità, nell'accezione più negativa del termine, ma di sicuro non la nobiltà. Pertanto chiamerò codesto spaccio di vivande "alla bettola della pantegana nera", che mi sembra molto più appropriato.

Arriviamo che è mezzogiorno passato, chiediamo se possiamo mangiare o se occorre la prenotazione. Ci rispondono che è tutto libero, ci chiedono solo se possono farci accomodare fuori. Rispondo di si, ma "non sotto il sole" (son fotofobica ma non l'ho specificato; pensavo che per essere accontentata fosse più che sufficiente dire che non gradivo stare al sole, vista anche la disponibilità di tavoli liberi). Naturalmente ci han fatto accomodare ad un tavolo che era si coperto dall'ombrellone, ma che prendeva comunque in pieno i raggi obliqui del sole. Vabbé, non morirò per un'ora di esposizione senza sombrero (ma di intossicazione epatica forse forse ...).
Intanto arrivano altri clienti, in gran parte gente del posto, e qualche foresto che pare capitato qui per sbaglio o per via di qualche recensione entusiastica. Come noi.

Dunque lo spettacolo der mejo dell'imprenditoria turistica ha inizio.
Non so quanto sia stata voluta 'sta cosa, ma alla fine ci ritroveremo così disposti: noi e i foresti in un angolo, la gente del posto spalmata su tutto il resto. Neanche nelle più sperdute valli di confine dell'Alto Adige ho visto mettere in atto questa specie di apartheid.
[quanto mi diverte poi questa cosa che molti mi scambiano perennemente per una turista solo perché blatero in italiano correggiuto; non sospettano che io capisco tutti i dialetti valligiani e addirittura il ladino]

A noi e ai turisti viene proposto lo stesso identico e frettoloso menù: stinco di maiale e polenta, canederli e insalata. Invece tra i commensali autoctoni si sente parlare di polenta e cervo, polenta e cinghiale, strangolapreti, grigliata mista. Immagino verrà offerto anche il calumet a base di erba pipa a fine pasto, chissà.

Dal momento dell'ordinazione al momento dell'arrivo in tavola passano 2 minuti: davvero troppo pochi.
Infatti ci servono mezzo stinco rinsecchito con una polenta dura e fredda e un sughetto gelatinoso. Un'emerita porcheria riciclata come minimo dal giorno prima (se ci è andata bene ...), che io forse avrei allungato ad un cane randagio. Il Mistico chiede allora una porzione di polenta e cinghiale, lasciando la cameriera stupita e vagamente sperduta. Ci portano un piatto con un sughetto denso dove galleggiano si e no 5 pezzetti di carne di chissà chi. Appena finito ci chiedono con insistenza per 2 volte se vogliamo il dolce (ce ne hanno proposto di un solo tipo), finché esasperati non ci decidiamo ad andarcene e togliere il palese disturbo. L'ultima minchiata che facciamo è quella di usare il bagno: poffarbacco, ci è toccato attraversare la sala bar gremita col fior fiore dei locals, che all'una barcollavano già ubriachi tra rutti mal soppressi e scorregge di cul fuggite. Probabilmente stavano scaldando i motori per le eliminatorie pomeridiane, in attesa della gran finale notturna delle olimpiadi del buzzurrimine. Da paura.

Conclusioni:
- porca sfiga, saremo mica capitati nel giorno sbagliato???
- oh, mi sbagliero eh!, ma l'impressione forteforteforte è che i turisti sotto sotto li disprezzino, li spennino, e li prendano per il culo in modo un po' troppo sfacciato
- la roba presumibilmente più buona la tengono in serbo per gli amici e gli amici degli amici
- mi sa proprio che sono una banda di miserelli, e pertanto pensano che tutti abbiano le loro identiche capacità intellettive; il che li porta ad essere ridicoli nell'ostentare la loro cortesia palesemente di facciata
- infatti, hanno una faccia a notevole tenuta stagna, e pure lo stomaco. Peccato non si possa dire altrettanto per lo sfintere superiore e quello inferiore dei loro clienti preferiti

Conclusione finale:
conosco per cause di forza maggiore fior di rompicoglioni che per un trattamento del genere sarebbero capaci di tirare in ballo avvocati, ma se vanno di fretta sarebbero capaci di dar fuoco al locale con tutta la crème de la crème ben sigillata dentro. Ecco, la prossima volta che un siffatto rompicoglioni mi chiederà un posto carino dove poter mangiare gli indicherò innocentemente la bettola della pantegana nera. Poi mi siedo a debita distanza per godermi lo spettacolo, che so già sarà memorabile, viste le forze in campo.
E che ne resti in piedi solo uno: il quadrumane più dotato.

CONCLUSIONE NECESSARIA:
frequentiamo quella valle da molti anni, e ci siamo fermati a mangiare in altri posti:
1) una bella malga (trattamento buono)
2) una macelleria-ristorante (trattamento buono)
3) un rifugio raggiungibile solo a piedi (trattamento ottimo)
4) un bel ristorantino nel bosco qualche km più su della bettola (trattamento buono)

Questo per dire che come una rondine non fa primavera, così una pantegana nera non fa di tutta la valle una fogna.

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