7 marzo 2014

in val duron (e ristoro alla Messner Joch Hütte)

La storia del mio ribrezzo nei confronti della val di Fassa cominciò un bel po’ di anni fa, quando -insieme ad un altro gruppo di giovani cozze- mi staccai dal mio scoglio sperso in mezzo al mare per andare a lavorare in una delle innumerevoli strutture sparse colà.
A fine stagione ci fu chi si trovò 10 kg in meno addosso, chi rimediò la bronchite, chi la cistifellea ingrossata, chi eczemi vari, e chi l’ulcera gastroduodenale; tutti fummo accomunati da un gran turbinìo di zebedei.

A lavorare non ci tornai mai più, e nemmeno come visitatrice.
Gli anni son passati, internet è diventato un potente strumento di informazione, di promozione ma anche di sputtanamento.
Ho voluto e voglio credere che le cose siano cambiate e che ora al comando ci sia una generazione di persone capaci di ragionare diversamente.
Per questo siamo tornati nel cuore di quello che fu uno dei miei peggiori spauracchi. E quanto è stato difficile separare la bellezza dei luoghi dalla bruttezza di certa gente di mia conoscenza; ma solo per i primi 30 minuti, poi la geografia ha dominato incontrastata sugli umanoidi.

Della val Duron sentivo parlare i clienti: era evidentemente il luogo più gettonato. Ma anche val di Dona, Catinaccio, Marmolada, Sasso Lungo e Sasso Piatto, Pordoi, Sella, Antermoia, Vajolet, Vernel, e tanti altri toponimi.
Una coppia di bolognesi mi esortava quasi quotidianamente: “figlia mia (sic!) devi proprio andare a farti un giro qua intorno”. Se sapessero cosa ho imparato a fare.

Prima una telefonata al rifugio Micheluzzi (in val Duron) per avere un’idea della fattibilità e/o eventuale pericolosità del percorso, poi si decide di partire.
Parcheggio nella parte alta di Campitello di Fassa, praticamente all’imbocco della forestale per la val Duron, a quota 1460 ca; posti auto davvero pochini, meglio partire presto e preferibilmente in settimana.
La forestale inizia ripidissima, necessari ramponcini o ciaspole serie, di quelle ben ramponate. Poi la pendenza si calma; il tracciato è perfettamente battuto ben oltre il rifugio Micheluzzi.







il rifugio Micheluzzi (1860m ca), sullo sfondo i Denti di Terrarossa


zooooommmm




Lo spettacolo non da tregua.




il Gran Vernel a dx, Marmolada a sx


fontana di ghiaccio presso la baita Lino Brach




Una valanga dal ripido versante della Palaccia ha quasi travolto una baita ed è arrivata a lambire il tracciato.






La situazione è tale da farci desistere dal proseguire fino al passo Duron; a convincerci definitivamente è stato anche un onesto scimunito, che arrivato fin sotto il ripido versante del passo è tornato indietro senza pensarci nemmeno troppo.













Sella





cornici bicolor: la terra del deserto incontra la neve delle Dolomiti







Di smottamenti ce ne sono diversi, uno l’abbiamo visto in diretta.






Intanto è arrivata un bel po’ di gente, e vista l’età media altina e le calzature da pianura, immagino siano saliti grazie alle motoslitte messe a disposizione da alcune strutture ricettive del posto che offrono anche servizio ristoro.

il ghiacciaio della Marmolada


il Gran Vernel

Quando il caldo si è fatto insopportabile e la luce troppo accecante decidiamo di spostarci sull’altro versante del Catinaccio; dal passo Nigra (1690m ca) su fino alla Messner Joch Hütte, situata in un naturale terrazzo panoramico da cui si gode una bella vista a ovest. Peccato solo per la foschia.




Roda di Vael


la Messner Joch Hütte, affollata anche il pomeriggio


gnammi

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