23 maggio 2011

fauna atipica

Le persone che maltrattano o abbandonano animali non arrossiscono mai, convinte come sono che l'unica vita rilevante ai fini dell'universo sia quella della specie umana, e che tutto il resto sia superfluo.
Quindi non penso che l'essere che ha presumibilmente abbandonato questa tartaruga acquatica in un bosco in mezzo ai monti sia un essere con cui valga la pena ragionare, anche perché - conoscendomi - so già che il ragionamento, almeno da parte mia, sarebbe continuamente interrotto da un problema: continui e ripetuti conati di vomito alternati a impulsi omicidi. Bel problema tra l'altro, che mi rifiuto ostinatamente di curare, manco se dovessi ammazzare qualcuno, prima o poi.

Detto questo, la cronaca del salvataggio di questa tartaruga è scandalosa in certi passaggi e quasi incredibile per il lieto fine.
Sabato pomeriggio inoltrato nel bosco, mentre scendiamo per il sentiero che conduce all'auto noto questo affarino nero al lato della sterrata, ma non oso avvicinarmi temendo che sia già cadaverino. E' stato il Drago a ispezionarla per poi rassicurarmi sul suo stato vitale.


eeehhh???


???????????????

Parte la prima telefonata ai vigili urbani, che molto gentilmente ci consigliano di chiamare il centro faunistico del Casteller, oppure il 118 con relativo pronto soccorso veterinario. Ok.
Seconda telefonata, centro faunistico del Casteller, risponde una voce metallica che ci informa che il numero è inesistente.
Terza telefonata, 118: qui un gentile signore ci dirotta verso un altro operatore che a sua volta ci fornisce 3 numeri di veterinari di turno.
Quarta telefonata, primo veterinario di turno che ci dice: la tartaruga deve stare lì dove l'avete trovata, le tartarughe hanno uno spiccato spirito di adattamento, non è il caso di recuperarla. Anche se è una specie visibilmente acquatica, visibilmente esotica? È tutta nera come la pece, sia il carapace che il corpo, tranne la parte inferiore e qualche puntino giallo sul collo, e noi dovremo lasciarla in mezzo al bosco? Sissignori.
Per circa 10 minuti l'istinto di obbedire ad una qualche forma di autorità (si fa per dire...) ci ha obnubilato il cervello, e infatti l'abbiamo riportata indietro sul luogo del ritrovamento. Ma lì io mi sono ribellata, di lasciarla al buio in un habitat non consono al suo dna non ho voluto saperne.
Parte la quinta telefonata, stavolta al corpo forestale del TAA: non risponde nessuno, è sabato sera, azz.
Sesta telefonata, provo con un altro veterinario di turno: mi risponde una donna, che mi dice che no, quella tartaruga di cui le ho appena fornito una descrizione NON deve essere lasciata nel bosco, si tratta forse di una razza sottoposta a una qualche forma di tutela. Mi dà il numero di un cellulare del centro recupero avifauna selvatica di Trento, forse sapranno aiutarmi.
Settima telefonata, un signore stupito mi ascolta e mi dice che loro non hanno mezzi adeguati per il ricovero dei rettili, si occupano solo di uccelli......però però....., prova al museo tridentino di scienze naturali, lì hanno acquari e terrari, forse possono aiutarvi.


intanto lei in mezzo a tutta questa nostra agitazione si rilassa e comincia ad affacciarsi


poi si fa un giro sul cruscotto


mi guarda un po' perplessa....


pronti per un giro in macchina?

È sabato sera ormai. Torniamo in città con la tartaruga che intanto si fa un giro esplorativo nell'auto, tra tappetini, borse e scarpe: una comica. Entro al museo con il mio fagottino in mano, c'è una serata pubblica dal titolo "la foresta nel bicchiere. Aperitivo sostenibile con insetti e non solo…". Un' addetta chiama subito uno dei relatori di cui ricordo solo il nome (Michele), che abbandona il palchetto e mi dedica 10 dei suoi preziosissimi minuti: abbastanza per capire che finalmente ho trovato una casa sicura per la tartaruga. Sospiro.


bye bye, see you soon


com'è andata a finire.....

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