29 dicembre 2010

malga sorgazza

Meglio stare in città con 3° sotto zero e l'aria ammorbata dall'inquinamento o meglio 11° sotto zero dalle parti della val malene? Here's my answer:

Dalla malga sorgazza guardo con un pizzichino di nostalgia verso il sentiero che porta a cima d'asta; rivado all'indimenticabile fatica boia tra le nebbie fatta nell'estate di 5 anni fa, e ribadisco forte e chiaro: fatta una volta, fatta per sempre, checché ne dica il Drago (penso sempre così, ma poi ci ricasco, come al lago di Antermoia, per esempio).


Il placido laghetto nei pressi della malga, incredibilmente non ancora ghiacciato e abitato da sinistri pescioni (no frost?).


Adoro i sentieri innevati nel bosco. C'era una bella traccia spianata per noi da qualche zelante scialpinista che ci ha preceduti, e che noi abbiamo incoscientemente vandalizzato razzolandoci sopra con leggiadrìa elefantesca. Oso benissimo immaginare i bestemmioni del suddetto al momento della sua agognata e sudata discesa, perché son probabilmente gli stessi che io indirizzo verso la categoria quando me li sento arrivare bofonchiando alle spalle. Ah, la fraternité, la solidarité....


Adoro anche i contrasti tra cielo azzurro, profili innevati e boschi imbiancati.


Ma più di tutto mi beo nel crogiolarmi davanti a certe visuali, che se poi non c'è anima viva nei paraggi è anche meglio.

Dopo lo scempio perpetrato ai danni della bella traccia ci siamo detti "anche per oggi abbiamo contribuito a rendere più armonioso il vivere in multiproprietà su questo pianeta, possiamo tornarcene a casa". Peggio delle peggiori carognacce. Son le soddisfazioni dell'evoluzione e dell'adattamento.

28 dicembre 2010

malga tolvà

Non è stato per niente facile trovare un posto pieno di neve e senza ghiaccio per una tranquilla passeggiata. E io solo so se, dopo giorni di nuvole e grigiore, mi ci volevano davvero sole e cielo azzurro. Bellissima zona da esplorare per bene in lungo e in largo la prossima estate.


cime in lontananza








qualcosa ci dice che la malga è vicina


la malga con cima orena e il monte tolvà


verso forcella di val regana


22 dicembre 2010

piccolo manuale (scurrile) di autodifesa natalizia

Un post tutto da contestualizzare dalla prima all'ultima riga. Ad uso di atei, agnostici, laici, eretici, miscredenti, gente rotta a tutto.

Non per profanare l'atmosfera della festa più consumata dalla maggioranza dei cattolici, ma io mi accorgo dell'imminente avvento solo dal livello ributtante di volgarità che raggiungo in questo periodo. E siccome la concorrenza è assai agguerrita, devo usare frasi sempre più contundenti per non soccombere davanti al nemico. Perché io ero partita molti anni fa dall'ormai ridicolo "che rottura di balle", ma trovandomi mio malgrado davanti ad un florilegio di "puttanega" "madonnega" "porca merda" "cazzo" "che coglioni" e gli inossidabili "porcodio" o "dioporco", ho dovuto aggiornarmi velocemente: non sia mai che io passi per puritana.
La scenografia tipica è quella di un normale supermercato, dove in questo periodo circolano senza patente carrelli stracolmi di vettovaglie guidati da frotte di bipedi più urticanti del solito. Il magico sound che fa tanto natale è il beep dei lettori di codici a barre dei registratori di cassa. La fauna tipica è sovente composta dal gentil sesso: viaggiano in gruppetti, ti martellano le orecchie con il loro cicaleccio e con i loro tacchi e tacchetti, e poi te le ritrovi diabolicamente sempre davanti allo scaffale in cui vorresti approvvigionarti. Sospetto che sia da questo pittoresco agglomerato antropologico che sia nata una delle espressioni più comiche della parlata napoletana: "grazie, grazie assai e grazie al cazzo" (*).
E' un'esclamazione che ho sentito fare per la prima volta dal Drago, che a sua volta l'ha sentita dire da un vecchierello su un autobus di linea a Napoli; un autobus pieno di studenti chiassoni, tra cui 3 giovani cinghialozze si distinguevano particolarmente per volgarità e rozzezza, tanto che il vecchio gentiluomo non potè fare a meno di apostrofarle con questo epiteto. Io l'ho adottata al volo, la indirizzo a gruppetti di tutte le età e di entrambi i sessi, e ha un bel vantaggio: pochissimi qui la conoscono, tantissimi non ne identificano il destinatario, sicché non replicano perché non sanno che invece è potenzialmente un insulto mortale diretto proprio a chi lo sente.
A trasut’ e sicc’ e se’ mis’ e chiatt’- altra splendida espressione napoletana, letteralmente significa "è entrato secco e si è messo largo" e si riferisce a chi si intrufola in un ambiente e poi cerca di prendere il sopravvento. Ottima da usare con quelle persone che non hanno voglia di fare la lunga coda alla cassa e cercano di infilarsi di soppiatto davanti agli altri assumendo l'espressione di chi è sempre stato in quella postazione dalla notte dei tempi; oppure ti dicono che devono pagare solo 1 cosa e poi tirano fuori dalle tasche (di eta beta) un altro po' di bella roba. Si può commentare tale situazione anche con un bel "e caccami 'o cazz" (mi rifiuto di tradurlo). Io in questi casi ero per il solito "ma va' a dar via il culo", però è inflazionato e devo dire che non mi dà più tanta soddisfazione.
Poi c'è il gesto, volgarissimo, di indicare ripetutamente con entrambe le mani la zona diciamo centrale del corpo umano: è la traduzione visiva del solito "mi stai frantumando i coglioni", però ancora poco conosciuto e di ostica interpretazione. Anche questo me lo tirano fuori dalle braccia con frequenza sempre più inquietante.
Purtroppo io, o chi per me, continuo bellamente a ignorare le più elementari nozioni di diplomazia; questi ultimi giorni il mio cervello (che ormai vive completamente di vita propria) ha elaborato un orrendo "schiodati dal cazzo" di cui sono io la prima ad arrossire. All'inizio solo mentalmente, poi con tono flebile, oggi a voce decisamente alta. Domani non so. Il 24 e il 25 invece, sempre che sia sopravvissuta a eventuali scontri fisici, per amore e solo per amore tacerò. Forse.

(*) Le 3 Grazie erano tre divinità femminili della mitologia romana che per loro natura (grazia) ingentilivano il genere umano. Erano Aglaia lo splendore, Eufrosine la gioia e Talia la prosperità.

18 dicembre 2010

italiani, buona gente?

Il giorno dopo il trasloco più temuto del nord-est, dopo 13 ore filate di lavoro in stile sturmtruppen (freddo, neve, chi siamo, dove siamo, dove stiamo andando, vai avanti tu che a me vien da disertare, e 'ndo sta la macchinetta distributrice di caffé) e quasi altrettante di sonno arretrato, il Drago sembra essere ancora in sé. Ma poi apre bocca e dice che gli italiani sono un grande popolo, perché con la criminale classe politica/dirigente che ci ritroviamo è un miracolo che ancora qualcosa funzioni, che non ci si spari quotidianamente ad ogni angolo di strada, e che ci siano da nord a sud fior di onesti e persone perbene che nonostante tutto riescono a mandare avanti il carrozzone. E grazie al c@$$#, penso io, solo da una gravissima malattia possono nascere fortissimi anticorpi, vorrei ben vedere se così non fosse. Gli chiedo se si ricordi ancora chi è e dove deve andare; mi risponde "si, vado alla banca d'Italia, rapino qualche tonnellata di soldoni, torno, ti prendo e scappiamo in un posto caldo ai tropici". Ha detto proprio così, ha usato la prima persona plurale. Io dopo 3* anni con me medesima in corpo non mi sopporto più, e lui dopo quasi 14 anni di convivenza dice ancora che se fa soldi scappa via con me. Certo che alla fine di un grande stress tutto il resto può sembrare una bazzecola; come dopo che sei scampato ad un cancro, che paura vuoi che ti faccia la rogna. Io dico che se esiste la reincarnazione dovremo incontrarci anche nella prossima vita, però sotto forma di gatti. Aristogatti, per l'esattezza, in una bella casa con giardino, amati e spazzolati, e con un bel margine di libertà. Sterilizzati, possibilmente, grazie.

13 dicembre 2010

babbioni sui quad



Diciamo in alta val di non, diciamo tra il Roèn e il Penegàl. Diciamo pure che appena ho sentito il ronzio di quegli attrezzi li ho arcistramaledetti e uno di loro si è subito ribaltato al lato della strada. Quando mi ci metto so essere proprio menagrama. Onde evitare risse non ho fotografato il figurone galattico dell'inetto, e manco le altre facce, ma solo il lato posteriore, che poi a pensarci bene è anche meglio. 4 scassaminkia erano, e purtroppo manco un orso imbestialito a farne scempio: 'sti plantigradi, quando servono non si trovano mai.

Roèn, dal prelatino rovena col significato di balza e dirupo.
Penegàl, forse da panegàl col significato di gambo secco del granturco - (Giulia Mastrelli Anzilotti )

12 dicembre 2010

la dieta, ah ah






Internet mi fa ingrassare, non c'è dubbio, ma non è detto che portare a spasso il fondoschiena non sia altrettanto controproducente, soprattutto se inciampo in una bancarella dove sento aria di casa mia.









fiore sardo stagionato


pecorino piccantino


ricotta salata (mica tanto per fortuna)


salamino


pecorino spalmabile - burp

Diavolo d'un Ettore.

9 dicembre 2010

modus operandi

L'ombra della camorra si allunga in Trentino

http://trentinocorrierealpi.gelocal.it/

di Ubaldo Cordellini

TRENTO. Si sono presentati in quattro. Facce che erano tutte un programma. Tono da duri e biglietto da visita di un'agenzia di recupero crediti di Casal di Principe, provincia di Caserta, patria del celeberrimo clan camorristico dei casalesi. Volevano incassare un credito di poche centinaia di euro vantato da un imprenditore di Rovereto che era fallito e lo aveva ceduto a loro. L'imprenditore trentino che ha ricevuto la visita. Ha cercato di chiedere spiegazioni, ma il tono degli emissari della finanziaria casalese era di quelli che non ammettono repliche

7 dicembre 2010

malga di fondo (magari) e un nome: macaion

Fallita per l'ennesimo problema al tendine a meno di venti minuti dalla malga, comunque una bella passeggiata leggera e solitaria: manco l'ombra di un bipede per tutta la mattina. Mentre immaginavo folle domenicali di umani ammucchiati lungo piste da sci o sentieri un po' più alla moda, mi congratulavo malignamente con me stessa per la scelta del percorso che manco un orso s'è degnato di fare.
Ci passano 8 km dal lago smeraldo (1000 m) e scarsi 500 m di dislivello. Tanta bella neve, condizioni climatiche migliori del previsto, temperatura costantemente sotto zero dall'inizio alla fine.



ombrellone

Ho apprezzato così tanto quella beata solitudine che 1) ho dimenticato di frignare per il freddo e per il dolore alla gamba 2) mi son scordata di accendere il telefono per tutto il giorno.
E' in situazioni come queste che poi mi sento sempre un po' in colpa per la mia misantropia. Oscillo eternamente tra il desiderio di socialità e condivisione e il desiderio di deserto intorno, con una precisione e regolarità da pendolo svizzero. "E' la sindrome di Gollum che ti porti dietro dalla nascita" - parole del Drago, che riesce sempre in poche parole a spettinarmi i pensieri.
Una montagna dal nome curioso che sta in questi paraggi è il Macaion; secondo Giulia Mastrelli Anzilotti forse deriva dal dialetto alto nòneso "mòc" che significa "senza corna" nel senso di monte spuntato. Che fantasia 'sti nònesi.

29 novembre 2010

storie di nomi: erdemolo, lemperperch

Mi sono accorta con grande scuorno che non ho una foto decente del lago di Erdemolo, pur essendoci stata almeno 3 o 4 volte. L'ultima risale al luglio del 2004, in una giornata che fu resa memorabile dall'incontro con un gruppetto di 3 ermellini. Quella che fino ad allora pensavo fosse solo criptozoologia era lì ai miei piedi che saltellava impazzita e correva a nascondersi tra le rocce per poi ritornare subito all'attacco come in un agguato. Incredibili, meravigliosi e anche un po' incoscienti, perché se fossimo stati bracconieri gliela avremo fatta noi la festa, e io a quest'ora avrei una bella stola da cafona appesa nell'armadio. Ricordo benissimo che, da vera rognosa qual sono, mi guardai bene dal comunicare la loro presenza ad altri escursionisti che salivano dietro di noi: erano una mia personalissima emozione e non volevo banalizzarla condividendola con persone che magari avrebbero potuto rivelarsi indegne.
Abbiamo provato a risalirci qualche giorno fa, per soddisfare la curiosità di vedere imbiancato il lago e le cime intorno e, perché no "forse la fortuna ci assiste di nuovo e vediamo ancora qualche ermellino magari in veste invernale". Fino a quota 1700 ca ok, ma dopo la neve ha cominciato ad essere altina, e io - che con la verticalità ho la stessa familiarità che ne ha Brunetta - sono sprofondata fino alle orecchie. La nostra ostinazione ad avventurarci sulla neve senza attrezzatura comincia ad assumere sfumature patologiche.

I nomi dei monti, fa osservare Aldo Gorfer nel suo libro "la valle dei mòcheni", indicano spesso i luoghi di sfruttamento di boschi e pascoli o luoghi battuti per la caccia; come Lemperperch, (che deriverebbe da lampl= agnello; perg = forse da Berg/Birge, per intendere monte degli agnelli) o Oscivart ( da Hosenwart: hosen = lepre; wart = guardia, intesa come punto alto di osservazione. Traduzione: cima delle lepri).
Il nome mòcheno del rigugio Erdemolo è hitt van sea - rifugio del lago. Erdemolo, il cui nome locale è sèa wa Palài (che significa lago di Palù) o anche Hardimblsea, deriva da nardèmol, che è diminutivo di arda (= pascolo).
Franco de Battaglia invece traduce ard/arza con "piccolo orlo, roccia scoscesa sopra una conca". Quel "piccolo orlo" mi incuriosisce, chissà se si tratta di un refuso e nelle intenzioni di de Battaglia si intendeva "piccolo orto".
Peccato davvero che di queste storie non ne senta parlare molto in giro, perché se non è cultura locale questa mi chiedo cos'altro potrebbe fregiarsi del titolo.

26 novembre 2010

che tempo che farà - incontro con Luca Mercalli

Bella seratina al teatro di Vezzano in compagnia di Luca Mercalli, presidente della Società Meteorologica Italiana che si occupa di ricerca sul clima e sui ghiacciai.
Si è parlato di tantissime cose, ma ovviamente l'argomento principe son stati i cambiamenti climatici e lo scioglimento dei ghiacciai, con annessi e connessi. Grazie a grafici, numeri e dati scientifici inconfutabili, Luca Mercalli ha spiegato come lo sfruttamento petrolifero degli ultimi 2 secoli abbia accelerato il percorso di surriscaldamento, oltre ad aver inciso sul ciclo dell'azoto e quello del carbonio. Ha invitato a distinguere tra clima globale e tempo locale, dimostrando quanto sia provinciale dire che gli ultimi inverni in Europa sono stati freddi per negare il riscaldamento globale; perché se è vero che da noi si sono avute temperature normali bisognerebbe anche ricordarsi bene che invece nel nord America e in Canada si sono avuti inverni eccezionalmente miti: le foto e i video dei camion che trasportavano neve a Vancouver in occasione delle ultime olimpiadi invernali di febbraio 2010 parlavano da sole.





Strettamente correlata al clima c'è l'economia. Alla cowboy economy di tipo predatorio (tipica dei primitivi che non avevano coscienza delle conseguenze dei propri atti e che finora ha caratterizzato lo sviluppo industriale) bisogna contrapporre la spaceman economy, ossia un modello di sviluppo più saggio e pacato che considera il pianeta terra come una navicella spaziale dallo spazio limitato, che non si può riempire incessantemente di esseri umani, e che viaggia con a bordo provviste limitate da usare con parsimonia e solo in casi di effettiva necessità. E a tal proposito non si è potuto fare a meno di parlare di pubblicità, quella dannatissima arte di farci desiderare e consumare cose che non avremo mai immaginato di desiderare e consumare, facendoci perdere di vista il reale senso delle cose.

Un cattivo pensiero lo ha dedicato a certo giornalismo che alterna titoli catastrofisti ad altri negazionisti, e a certo ambientalismo radicale che ci vorrebbe far tornare tutti indietro al lume di candela; Luca Mercalli sostiene (e io anche !) che non è necessario buttare via quanto di buono ci ha dato il progresso scientifico, è casomai necessario imparare a liberarsi del superfluo. Quindi ben venga un ambientalismo serio fatto di proposte facili, già fattibili, come la coibentazione degli edifici per ridurre lo spreco energetico, nonché una educazione al consumo responsabile anche in campo alimentare.
Accorata la denuncia che ha fatto della perdita dei suoli (agricoli, ma non solo) a favore di una cementificazione assurda e miope, che potrebbe comportare rischi di tensioni geopolitiche, con emigrazioni di masse di popolazioni affamate in cerca di sopravvivenza e inevitabili guerre.
La politica, bè, c'è chi come gli svizzeri riesce a sensibilizzare l'opinione pubblica sui temi ambientali con la semplice emissione di un francobollo che illustra l'arretramento di un ghiacciaio, facendone un problema comune da risolvere tutti insieme, perché sa riconoscere che ci siamo dentro tutti:


dal 1850 al 2008 c'è stato un innalzamento della temperatura media di 1.5 °

e chi, come le amministrazioni locali in Trentino, parla tanto di salvaguardia del patrimonio faunistico-forestale salvo poi consentire scempi del territorio assolutamente deleteri sul lungo termine (classico esempio gli impianti sciistici a basse quote che ci si ostina a sovvenzionare). Esempio citato da un preoccupatissimo e trentinissimo amante della montagna e dell'ambiente.
Bellissima la battuta dedicata ai fieri possessori di suv che li utilizzano per recarsi da casa al bar: "avere 2 tubi di scappamento è come avere due buchi di culo". Ed è meglio che non aggiunga altro di mio.

Tanta bella gente all'ascolto, stordita e intimamente convinta di non poter fare nulla in un mondo di incoscienti menefreghisti: per la serie "come sentirsi pericolosamente normali in un manicomio" (copyright Piero Ricca).

22 novembre 2010

un nome en passant: 7 selle

L'unico modo per sopravvivere è circondarsi di persone serene assolutamente non rompineuroni, e chi ne trova può solo abbassare le pretese e ritenersi fortunatissimo. Per questo ho accettato volentieri di passare l'ennesima domenica lugubre con la coppia preferita di amiconi, tra i pochi capaci di farmi sorridere anche sotto la pioggia e di umiliare l'orso che è in me. E pazienza se il ristorante scelto per gozzovigliare è lo stesso in cui ci hanno fatto pelo e contropelo 9 mesi fa; ieri poi la pelatura è andata ancora più a fondo, e proprio come una lametta da barba di alta qualità nelle mani di un barbiere esperto: senza lasciare tracce di sangue (quando uno è professionista nel suo campo bisogna dargliene atto). Vabbé, il paragone magari non è tanto fine, però questo ho partorito stamattina.


benvenuto a base di lingua salmistrata e capuccio


antipasto buono


maltagliati (maldigeriti...)


tagliatelle con porcini


sorbetto di mela (sigh)


filetto di maiale


agnello


zìgole di Tropea

L'odio per il clima novembrino mi porta a fare cose incredibili e scellerate: tra le altre, una visita al mercatino natalizio in quel di Pergine, per giunta sotto una pioggerella da drogarsi. Tra uno stand di corbellerie e uno di emerite insulsaggini ho trovato una cosa intelligente : una ragazza bellissima, dentro e fuori, che fa promozione alla valle dei mòcheni. Mi avvicino con faccia tosta solo per chiederle che diamine significa hoabonti, e ci ritroviamo a parlare amichevolmente e a lungo di lingue e dialetti. Sembra sinceramente stupita e anche lusingata che una forestiera possa aver maturato un simile interesse per la sua terra, e non mi risparmia dritte e suggerimenti. Tra l'altro mi consiglia, per soddisfare tutte le mie curiosità toponomastiche, di rivolgermi direttamente all'istituto culturale mòcheno di Palù del Fersina, il Bersntoler Kulturinstitut - cosa che avevo già programmato. La sensazione di avere già incontrato da qualche parte questa piacevole personcina aumenta di minuto in minuto, finché non scopro che si, è lei che insieme al compagno manda avanti il rifugio 7 selle. Effettivamente abbiamo già cordialmente chiacchierato più di un anno fa in occasione di una escursione tapina in val Laner, quando ci eravamo fermati al rifugio 7 selle per sgranocchiare qualcosa e chiedere informazioni sugli itinerari della zona.
Il nome originale del rifugio 7 selle è Hitt van Indertol. Hitt presumo provenga dalla parola tedesca Hütte (= rifugio/baita), mentre Indertol è parola composta da 2 termini: Inder e tol. Tol deriva certamente dal tedesco Tal (= valle), inder da innen/innere (= dentro, interno).
Franco de Battaglia, nel suo libro Lagorai, suppone che il nome 7 selle derivi dal numero di cime e passi che corollano la val di Laner, all'interno della quale sorge l'omonimo rifugio. Ipotizza anche che il numero 7 faccia riferimento alla numerologia biblica. Ma a questo punto, e prima di scrivere baggianate esagerate, meglio davvero fare visita al Bersntoler Kulturinstitut.

20 novembre 2010

il richiamo del dna

In vino veritas. Contestualizzi chi può:

19 novembre 2010

roba da gatti? mavalà

Non cito e non commento le opinioni di Massimo Fini sull'intero mondo femminile perché ho un po' di comprensione per gli anziani depressi. Cito invece Katia Salvaderi, che ha scritto quasi 2 anni fa un pezzo dedicato ad un fenomeno a suo dire tutto femminile, quello della gattamorta: dicesi gattamorta quella donna che mette in pratica talune tattiche per accalappiare un uomo, possibilmente facoltoso, che le faccia fare la bella vita. Sostanzialmente una manipolatrice ruffiana. La descrive in 9 punti, fornendo ai suoi eventuali lettori uomini alcuni consigli su come riconoscerla, evitarla o liberarsene. Grosso modo queste le caratteristiche che fanno di una donna una ruffiana (ma nessuna incarna tutte queste caratteristiche contemporaneamente, almeno così credo di aver capito):

1) per conquistare un uomo si avvale di sguardi innocenti e di modi educati da gran dama di alto bordo, mentre in realtà è solo una perfida arrampicatrice
2) si serve dell'adulazione facendo leva sul bisogno di conferme che affligge gli uomini
3) denigra gli altri maschi facendo leva sullo spirito di competizione della preda
4) si infiltra nella cerchia delle sue amiche "cosicché se per caso ti comporterai male le avrai addosso tutte perché, brutto e cattivo, la stai facendo soffrire"
5) si concede poco e quando lo fa si adegua ai gusti del presunto accalappiato, salvo negarsi quando pensa di averlo ormai in pugno
6) è avara, cerca di farsi pagare tutto e spende il meno possibile
7) è pigra, cerca di rifilare gli oneri (in particolare quello della spesa) all'accalappiato
8) è lagnosa, sperando di attivare l'istinto di protezione del maschio
9) cerca di suscitare sensi di colpa e sottopone lo sfigato a ricatti morali del tipo "se mi lasci mi uccido"

Katia Salvaderi è un po' datata, la sua lista tradisce forse un'età matura e anche una certa signorilità, perché su Yahoo.notizie le donne di oggi da cui stare alla larga le descrivono ancora più impietosamente:

1 – La promessa sposa
E’ la donna a cui sono scattate inesorabili le lancette dell’orologio biologico, il suo unico e solo obbiettivo è quello di trovare un uomo che la porti all’altare. Non importa se fino a poco tempo fa era una ragazza libera e indipendente o quante storie abbia avuto. Ora matrimonio e figli sono un’idea fissa che saprà inculcare anche al Lui di turno. Quando la vittima si accorgerà di aver fatto una scelta affrettata…sarà già troppo tardi.
2 – La ‘so tutto io’
La capacità di condurre una conversazione con acume e ironia è una dote sempre apprezzata in una donna. Il problema nasce quando chi abbiamo di fronte vuole sempre avere l’ultima parola, ha sempre una opinione su tutto o una storia da raccontare. Un vero fiume di parole, spesso noiso e ripetitivo. Logorroica fino allo sfinimento per lei l’importante non è avere qualcosa da dire ma dirlo.
3 – La donna di porcellana
Sensibile e delicata fino all’eccesso, deve essere sempre trattata coi guanti di velluto perché ogni piccola critica, battuta, commento può causare crisi tremende e giorni interi col muso lungo. Prima che te ne accorga passerai la vita a chiedere scusa.
4 – La donna bancomat
Spendere, spendere, spendere, la parola d’ordine di queste donne sembra essere solo una. Arredo, shopping, scarpe, fiori, gioielli, ogni scusa è buona per mettere mano alla carta di credito, ma quasi mai si tratta della sua. Queste donne ti spremeranno come un limone per poi lasciarti al tuo destino…fatto di debiti e conti in rosso.
5 - La dittatrice
Inizia col dirti che quella maglia non ti sta bene, che ti vedrebbe meglio con le camice o con un’altro taglio di capelli, in poco tempo arriverà a plasmarti come una statua di argilla. Vorrà controllare ogni singolo aspetto della tua vita, come ti vesti, che amici frequenti, persino che macchina guidi. Alla fine sarai un’altra persona, potresti non riconoscerti più allo specchio.
6 – L’eterna insicura
All’inizio è dolce e piena di premure, ma ben presto ti accorgi che le sue attenzioni nascondono una profonda insicurezza che sfocia spesso nella gelosia maniacale. Ti telefona venti volte al giorno, ti sommerge di sms, vuole sapere dove sei e cosa fai in ogni momento della giornata. Vivrà ogni giorno con il terrore che tu la possa lasciare, questo non si chiama amore, ma ossessione.
7 – La tentatrice
Sei al bar e lei ti guarda con occhi di fuoco, in pista balla davanti a te con movimenti sinuosi e conturbanti, in ufficio porta sempre minigonne e camicette scollate e non esita a giocare con l’effetto vedo non vedo, a sfiorarti con le sue mani vellutate. Purtroppo è tutto fumo e niente arrosto, questo tipo di donna ama giocare con gli uomini come il gatto con il topo. Il suo unico obbiettivo è farti soffrire e tenerti in pugno…
8 – La regina sul trono
E’ la donna che si pone sempre su un piedistallo, un gradino sopra tutto e tutti. Gli uomini per lei sono degli umili schiavi che debbono essere sempre in adorazione pronti ad esaudire tutti i suoi desideri. Purtroppo come vittime sacrificali gli uomini sembrano incapaci di resistere al fascino di queste ‘femme fatale’. Non lasciatevi incantare solo dalla bellezza, in un rapporto ci vuole anche rispetto e reciprocità.
9 – La donna del mistero
La sua vita è ricca di zone d’ombra e sembra nascondere segreti inconfessabili. Se una donna si presenta come una specie di enigma significa che ha qualcosa da nascondere o qualche conto da saldare. All’inizio un po’ di mistero potrebbe essere intrigante, ma se dopo alcune settimane che uscite la nebbia è ancora fitta meglio lasciar perdere, la chiarezza è alla base di ogni rapporto duraturo.
10 – La bella addormentata
Sono le donne che vivono nel loro mondo incantato fatto di principi azzurri, amore eterno e romanticismo melenso. Sono cresciute in un mondo ovattato dove erano le ‘principesse’ di mamma e papà. Il problema è che non hanno nessuna idea di cosa significhi pagare bollette o pulire il bagno. Miss Romanticismo si aspetterà che tu sia il cavaliere pronto a soccorrerla in ogni momento, poco importa che invece di feroci draghi tu debba cimentarti contro pericolosissime lavatrici e ferri da stiro…

Ohibò, insomma, siamo state, siamo e saremo sempre una specie di germe funesto che attenta alla salute fisica mentale ed economica di quel povero esserino implume che è l'omino, così deleterie da scrivere pagine e pagine di consigli per la profilassi.
Ma a me sembra che sono parecchi i punti in comune tra donne pericolose e uomini pericolosi, perché di questo si tratta: di persone inaffidabill che cercano di manipolare gli altri.
C'è un libro interessante e istruttivo di Stefano Re "mindfucking" che spiega bene come la manipolazione sia tipica della nostra specie, senza distinzioni di sesso né razza. La manipolazione la esercitiamo tutti quanti senza neanche rendercene conto, tutti i giorni e in tante situazioni; a volte in buona fede (come nel rapporto tra genitori e figli, medico e paziente, insegnanti e allievi), altre volte con intenti meno nobili, come lo sfruttamento altrui a fini puramente egoistici, economici o di potere fine a se stesso.
Non è una caratteristica solo femminile, e la si pianti una volta per tutte con questa palla. Chi non ha mai conosciuto un uomo-gattone, quello magari belloccio e dannato, che attiva in alcune donne l'istinto materno della crocerossina, e che dopo averne accalappiata una svela immancabilmente la sua vera natura infantile e narcisista, carente di empatia, e nel giro di pochi mesi? Anzi, a pensarci bene la manipolazione è tipica degli uomini: sono stati loro per primi ad aver studiato scientificamente l'illusionismo e la pubblicità come armi incruente per soggiogare i propri simili. Allo studio le donne ci sono arrivate con secoli di ritardo. E poiché dentro le cabine di regia dei poteri ci sono quasi sempre soltanto uomini, buona parte delle donne sono diventate esattamente come loro le hanno volute.
E dunque se un uomo predilige una ruffiana e ne cade vittima sono solo fatti suoi, a patto che dopo gli inevitabili scornamenti non pretenda di ridicolizzare tutte le donne, come si usa oggi, invece di prendersela con la propria imbecillità.
E la si pianti anche di tirare in ballo il gatto attribuendogli tratti umani che non ha, che è un nobile animale. Mavalà.

18 novembre 2010

Schloß Tirol / castel Tirolo

Ovvero, come spremere qualcosa di buono da una orripilante giornata di novembre.

Schloß Tirol


paesaggio crepuscolare alle 1o del mattino


armi da caccia


portale della cappella


sculture


sculture


sculture


grigiore.........


zoccolone per piedone


rimasugli di zampa d'orso

17 novembre 2010

storie di nomi: mòcheno

Nel testo sulla toponomastica mòchena di Ernesto Lorenzi c'è una illuminante paginetta di "satira sui Mòcheni" scritta presumibilmente da un notaio di Pergine tra il 1810 e il 1813. Il notaio si cimenta nella stesura di un ipotetico sunto del codice penale così come, a parer suo, lo avrebbero potuto concepire dei legulei mòcheni.
Con ironia si fa riferimento al fatto che :
- i mòcheni sarebbero gli ultimi e fieri discendenti di Attila e se ne vantano
- non riconoscono nessun altra lingua al di fuori della propria
- non riconoscono alcuna autorità esterna, che anzi è considerata nemica, alla quale peraltro è giusto e onorevole mentire sempre
- stabiliscono il principio secondo cui è obbligo proteggere qualunque loro consanguineo commetta reati (bellissime le frasi mi no so gnente, sarà ben stà, mi no go vist, ghe digo ben la verità Siori, ma mi no go vist ne sentù).
[Interessante sapere che lo stesso atteggiamento omertoso era attribuito ai nònesi ( mi no g'eri, e se g'eri dormivi)]

Se questo è vero, significa che identificare i governi con le sole tasse, obblighi, divieti, furti e ingiustizia (da cui deriva l'inevitabile conseguenza che è giusto fotterli in tutti i modi), non è prerogativa esclusiva degli italiani, come io pensavo. Sarei però curiosa di sapere con esattezza se questo pregiudizio dei mòcheni riguardava solo i governi italiani o tutti i governi in genere.

Ma è su questo punto che mi son fatta le quattro grasse risate più sonore: " le nostre vie di comunicazione saranno sempre da tenersi in uno stato anormale e pessimo, perché i scalfodri del pian (farabutti di pianura) non si possano godere visitando i nostri alpestri luoghi".
In questo sarei totalmente dalla loro parte.

Il nome mòcheni deriverebbe da mochen a sua volta mutuato da mocken/muggen, che nel dialetto svizzero significa parlare male e brontolare. E' sbagliato, secondo Lorenzi, dire che deriva dal verbo tedesco machen = fare, con riferimento al fatto che i mocheni fossero lavoratori.

13 novembre 2010

storie di nomi: fravort, oscivart, gronlait

POST AGGIORNATO
La prima volta che ho letto questi nomi su una mappa escursionistica confesso che ho sghignazzato: Fravort, Oscivart e Gronlait, tre cime del Lagorai sud-occidentale che separano la valle dei mocheni dalla valsugana. "Che diamine significheranno mai questi segni gotici?" qualcosa di gotico, per l'appunto. E si che ho studiato tedesco.
Per la gioia dei ficcanaso come me, Franco de Battaglia spiega nel suo bel libro: sono nomi di origine germanica, come se ne trovano tanti nell'isola linguistica della valle dei mocheni.
Fravort e Oscivart hanno in comune il suffisso -vort/vart che richiama il termine Ward, a sua volta mutuato dal tedesco Wache col significato di guardia; mentre il prefisso -fra è probabilmente un riferimento al termine Frau (donna, signora) e -osc potrebbe derivare da Haus (casa) o Hoch (alto). Fravort e Oscivart formano una coppia che richiama elemento maschile e femminile, essendo l'uno a forma di piramide (l'Oscivart) e l'altro più tondeggiante (il Fravort). Chi ha dato questi nomi a queste 2 montagne forse le immaginava romanticamente come una coppia di guardiani della valle.
De Battaglia fa anche notare come questa umanissima tendenza ad attribuire un genere maschile o femminile alle montagne ricorra anche in altri luoghi, come nelle alpi bernesi in Svizzera, dove si trovano il Mönch (frate) e la Jungfrau (giovane donna- tradotto vergine), o nel gruppo del Brenta, con il Crozzon e la Tosa.
Invece Ernesto Lorenzi nel suo dizionario toponomastico suggerisce che Oscivart sia un nome dato dai cacciatori e sarebbe derivato da Hasenspitze e Hosenwart (cima delle lepri), quindi Oscivart per assonanza.

Nomi che comunque sottintendevano rispetto, quasi a volerle umanizzare per esorcizzarle, penso io. Man mano che l'uomo diventerà sempre più arrogante e convinto di comandare su tutti gli elementi, chissà se e quali nomi infami si tirerà fuori dal cranio. Come facevano i nazisti, che pensavano di umiliare gli ebrei cambiando i loro nomi con altri degradanti, come ein Stein per esempio.

Anche il Gronlait vicino è composto da 2 termini: gron, che richiama il termine crona/corona ( Krone in tedesco) e che de Battaglia interpreta curiosamente col significato di luogo scosceso e dirupato; lait deriverebbe dal termine laita/leita (forse dal tedesco Seite = lato, fianco?) col significato di costa. Traduzione letterale: costacorona. Uhmmm, scrat scrat, boh. Trattasi probabilmente di parole che vanno interpretate in base al registro lessicale dei montanari.
In ogni caso, a guardarlo il Gronlait presenta in effetti un lato con una bella pendenza.

Gronlait in una foto ignobile, ma non ci tengo altro

(continuo-forse..............................................................................................)

11 novembre 2010

storie di nomi: lagorai

Come sa bene chiunque usi la montagna per sanare anima e corpo, nei giorni di pioggia novembrina capita spesso di andare in astinenza. Riguardare le foto estive no, ho trovato di meglio: 2 bei libroni carichi di foto e curiosità.
Il primo è di Renzo Caramaschi, ed è uno dei più bei gesti d'amore per la montagna che abbia mai visto; a parte la commovente dedica allo stupendo samoiedo di nome Vickie che già di per sé lo qualifica, è pieno di tantissime foto così belle e ben fatte da dare la sensazione a chi le guarda di essere proprio lì, sotto un cielo perbene a guardare paesaggi da cardiopalmo. Il che non è male, visto il meteo da suicidio di questi giorni.




Il secondo, di Franco de Battaglia, non ha tantissime foto particolarmente belle (è del 1989, altra epoca), ma in compenso ha qualche paginetta in cui ho trovato finalmente quello che cercavo da tempo: un piccolo dizionario dei nomi delle montagne, in questo caso di alcune cime e luoghi del Lagorai. Franco de Battaglia precisa: molte ipotesi e poche certezze, ma molti spunti e suggerimenti.


Amanti dell'etimologia, godete.
Innanzitutto il nome Lagorai: viene dall'indoeuropeo e prelatino -aur che significa spazio erboso intorno all'acqua. Lo stesso comune di Ora (Auer) è così chiamato perché sino al secolo scorso era circondato dalle paludi formate dal fiume Adige. Dalla valle dell'Adige il nome è probabilmente arrivato in val di Fiemme grazie ai cacciatori e ai pastori preistorici, che anche su questi monti trovarono tanta acqua (laghi) e tanti spiazzi erbosi intorno.
De Battaglia continua il suo studio ipotizzando nel Lagorai l'esistenza in epoche passate di gruppi linguistici diversi, che hanno dato ciascuno la loro impronta peculiare ai nomi dei monti e delle località. I suffissi in -egno (roncegno torcegno) e in -en [persen(pergine), fersen(fersina)] documentano il passaggio di popoli retici, mentre quelli in -anum -acum (albiano sevignano segonzano) indicano la presenza dei latini romani. Infatti su una roccia del monte Pèrgol (poggiolo) in val cadino, non lontano dal lago delle buse, è scolpita un'iscrizione romana che segna il confine che separava il territorio di Trento da quello di Feltre.
(continuo-forse-domani............................................................)

Oddio, è resuscitata la secchiona che era in me.