5 maggio 2008

bait del vescovo dei miei stivali

Per andare al “bait del vescovo” e da lì alla malga sanzeno ci sono 2 sentieri: il primo e il più facile è quello che parte da Don, una bella sterrata larga e comoda; il secondo è quello che parte dalla località “2 laghi” di Coredo, lungo, faticoso, ripido, buio, ecco, più che una passeggiata nel bosco una discesa agli inferi (meglio un'ascesa, visto il dislivello).
Ogni tapino doc, riconosciuto e presto si spera anche tutelato da apposite leggi, sceglie naturalmente il secondo guidato dalla sua infallibile e onnipresente sfiga. Tutti gli altri scelgono il primo.
Noi abbiamo scelto il secondo.

Mai vescovo ricevette più bestemmie postume di quello il di cui bait siamo andati a scoprire. Un'ora e mezza abbondante di salita per superare quella terrificante gola oscura stile jurassic park segnalata col nome innocente di val di dermulo.
Da notare il nome, prego: dermulo. Ci scommetterei che gli antichi malcapitati romani che si sono avventurati da queste parti secoli orsono l'hanno chiamata così perchè bisogna essere proprio dei muli per percorrerla; la parte consistente di terrona che è in me avrebbe dovuto mettermi in guardia leggendo codesto esplicito nome sulla carta, invece niente. Si vede che il processo inevitabile di polentizzazione è più avanti di quanto sospettassi.
Per fortuna, una volta arrivati al bait del vescovo, il paesaggio cambia finalmente e riprende le caratteristiche tipiche di un bel bosco, con alberi e prati, zone luminose e zone in ombra, tratti pianeggianti e tratti in salita, normale insomma.
Il bait costato ettolitri di sudore è stato abbastanza deludente, un casone rettangolare con portone in ferro ultra sprangato in stile medioevale. Allora come oggi i vescovi dovevano essere una categoria amata dal popolo, per scegliere di blindarsi in quel modo.
Intorno alla malga la visuale si apre sul gruppo brenta e sulle maddalene, mica male per chi aveva attraversato la selva oscura soltanto un'ora prima.

Commento degli amici e conoscenti della zona: “ma chi è stato quel fetente che vi ha consigliato quel percorso da capre selvatiche?” la risposta non poteva che essere quella più vera, e cioè che noi non abbiamo bisogno di un fetente dispettoso che si diverte a farci soffrire, siamo perfettamente capaci di autolesionarci le rotule da soli.

ps.: animaletti selvatici zero, manco un cucciolo di tirannosaurus rex.